L’insetto del desiderio

Il Carabus olympiae

Potrebbe tranquillamente essere un’opera disneyana quella che narra le vicende del Carabus olympiae. Una storia dalle mille sfaccettature che sconfina nella leggenda, avvincente, tragica, a lieto fine. Da far invidia a Pinocchio, La bella e la bestia e Il libro della giungla… no, Il libro della giungla è una spanna sopra, ma il confronto potrebbe anche reggere, per qualche istante.

Produzione, regia e sceneggiatura della pellicola sarebbero indubbiamente di Jean-Claude Malausa con il gruppo di Pro Natura Biellese, di Tiziano Pascutto e di Matteo Negro; nessuno meglio di loro può narrare le vicissitudini di questo gioiello del mondo naturale, noi ci limiteremo a raccontare quello che loro ci hanno insegnato attraverso le loro ricerche, libri e racconti.

Era una nebbiosa mattina di inizio settembre 1854 quando Olimpia Sella, la figlia di otto anni di Benedetto Sella, passeggiando nei pressi del Bocchetto Sessera di Bielmonte notò a terra un insetto morto dall’appariscente colorazione dorata. Non capita tutti i giorni che una bambina di otto anni si soffermi ad osservare animaletti morti a bordo strada, ne rimanga incuriosita, affascinata, li raccolga per indagare. Quella mattina Olimpia lo fece. Lo portò al cugino Eugenio Sella, naturalista ed entomologo, che lo studiò e non tardò nel concludere che potesse trattarsi di un insetto mai osservato prima, in nessuna parte del mondo, una specie del tutto sconosciuta alla scienza. L’anno successivo Eugenio descrisse ufficialmente la nuova specie con il nome di “Carabo di Olimpia” (Carabus olympiae), in segno di riconoscenza alla giovane cuginetta.

Olimpia ed Eugenio tennero a lungo segreto il luogo, ma nel 1882 quando Eugenio morì, venne resa nota la località in cui si poteva trovare il raro insetto.

Il futuro di una delle specie di coleottero più rare del mondo iniziò a dipendere da una delle specie più diffuse e invasive al mondo: l’uomo. Non passò molto tempo prima che il Carabo si rese conto di non essere in buone mani.  L’Alta Valsessera iniziò ad essere presa d’assalto da entomologi e collezionisti provenienti da mezzo mondo e iniziò un vero e proprio commercio del raro insetto. Anche gli albergatori e i pastori della zona, vedendo una possibilità di guadagno attraverso il losco traffico, iniziarono a catturare e rivendere esemplari alle tante persone interessate che accorrevano a Bielmonte o che li commissionavano. Probabilmente qualche Carabo iniziò anche a chiedersi perché Olimpia Sella quella nebbiosa mattina di inizio settembre 1854 non fosse rimasta a casa a finire i compiti delle vacanze.

Negli anni successivi alla Prima guerra mondiale, il Carabus olympiae venne dichiarato estinto. In meno di ottant’anni l’uomo sarebbe riuscito a scoprire ed estinguere un’intera specie animale.

Per circa dodici anni non si ebbe più notizia del Carabo di Olimpia, fino a quando nel 1942 Mario Sturani riuscì a trovare
alcuni esemplari. Sturani racconta così, nel libro “Caccia grossa fra le erbe”, alcuni momenti della sua ricerca:
« […] per quattro giorni abbiamo sollevato migliaia di pietre alla ricerca del rarissimo, forse estinto, insetto. Su questa stessa terra, su queste stesse rocce, per circa ottant’anni, sono passati ricercatori ed entomologi ad ogni estate, e le stesse pietre che noi ora alziamo sono state sollevate ogni volta nella febbrile ricerca. Nomi famosi dell’entomologia: Sella, Baudi, Ghiliani e centinaia di altri noti ed ignoti. Ogni pietra ha raschiato un poco di pelle agli indolenziti polpastrelli e molte dovrebbero portare un nome come sui marmi dei cimiteri: un nome, sempre lo stesso: Carabus olympiae. »

Negli anni ‘50-’70, a seguito della riscoperta, le ricerche e il commercio al Carabo ripresero intense. I collezionisti che sostavano alla Locanda del Bocchetto Sessera raccontavano l’esito della loro caccia entomologica scrivendo qualche riga in un diario che tutt’oggi testimonia le incredibili vicissitudini di questo animale. Francesi, austriaci, svizzeri, giapponesi, arabi raccontano nelle pagine del “Diario del Carabo” la loro personale esperienza a caccia di insetti sulle Alpi Biellesi.

Finalmente negli anni ’80 qualcuno iniziò a intuire che si poteva tentare di salvare un’intera specie dal baratro dell’estinzione, già preannunciata qualche decennio prima. Iniziarono le battaglie ad opera di Pro Natura Biellese  per la tutela e la conservazione del Carabus olympiae e fu in questo periodo che le prime leggi regionali iniziarono a tutelarlo.

L’ultimo capitolo della pellicola “Le mille e una avventura del Carabo di Olimpia” vede entrare in scena Enti, Naturalisti e Biologi che ancora oggi rimangono in qualche modo fortemente legati alla specie. Con la Convenzione di Berna e la Direttiva Habitat il Carabus olympiae e l’Alta Valsessera diventarono a tutti gli effetti parte del patrimonio naturalistico protetto a livello internazionale. Dal 2012 con il progetto LIFE Carabus, il contributo dell’Oasi Zegna e un team di ricercatori dell’Università di Torino si approfondiscono le conoscenze sulla specie e si attuano i piani di conservazione a lungo termine: qualcosa per il gioiello naturale delle Alpi Biellesi inizia davvero a girare per il verso giusto.

Il Carabus olympiae oggi vive più o meno serenamente tra i rododendri e le faggete dell’Alta Valsessera.

E se…

E se l’uomo fosse davvero riuscito ad estinguere il Carabus olympiae? Cosa mai avrebbe potuto comportare l’estinzione di un insetto rilegato ad un fazzoletto di territorio alle pendici delle Alpi Piemontesi? Non è certo una novità quella dell’estinzione di specie animali e vegetali, in effetti si estinguono dal momento in cui è comparsa la vita sulla Terra. Perché mai dovremmo impegnarci per la conservazione di un insetto?

Le possibili risposte sono molteplici, ci limiteremo, con il dono della sintesi, ad esporne solamente alcune. Nessuna assoluta, nessuna definitiva, ognuna a modo suo applicabile ad uno o più casi.

In tono prettamente scientifico si potrebbe rispondere affermando che ogni singola specie, animale o vegetale, grande o piccola che sia, svolge all’interno dell’ecosistema uno specifico ruolo e, proprio in virtù del suo ruolo, essa aiuta l’ecosistema a mantenere i suoi equilibri vitali.

Con una nota di antropocentrismo potremmo rispondere a queste domande invocando i cosiddetti “servizi ecosistemici” attraverso i quali l’umanità trae vantaggi e benefici da una specie, da una comunità o dall’intero ecosistema. L’esempio più conosciuto è quello delle api: “se un giorno dovessero scomparire dalla terra le api, difficilmente la nostra specie sopravviverebbe di per più di qualche anno”. Secondo lo stesso principio, difficilmente l’umanità (o almeno una sua parte) avrebbe raggiunto il tenore di vita odierno se il fungo Penicillium chrysogenum si fosse estinto prima della scoperta della penicillina. Ogni specie è potenzialmente in grado di offrire vantaggi all’uomo, è compito della ricerca stabilire in quali termini e secondo quali modalità.

Appellandoci all’etica è anche possibile riflettere su come ci commuoviamo di fronte alla scomparsa di tigri, elefanti, rinoceronti, ma davanti alla silenziosa e impercettibile moria degli invertebrati rimaniamo spesso indifferenti. Dinnanzi all’estinzione di una minuscola rana o alla scomparsa di una lucertola endemica di un’isola sperduta nel Mediterraneo non proviamo lo stesso sgomento che proviamo (giustamente) osservando l’estinzione del rinoceronte bianco del nord. Oggi, nel bel mezzo dell’antropocene e a una passo dalla sesta estinzione di massa, è stato calcolato un tasso di estinzione tra le 100 e 1.000 volte superiore al periodo preindustriale, solamente tra il 1900 e il 2014 sono scomparse 198 (il numero sale a 477 considerando anche le specie “estinte in natura” e “probabilmente estinte”) specie di vertebrati sulla Terra. Attenzione, solo di vertebrati! Quanti di questi sono giunti alle nostre orecchie? Perché la tigre del Bengala si e la lucertola delle Eolie no?

Possiamo anche dare una risposta a queste domande citando un bel libro di Douglas Adams “L’ultima occasione” che risponde in nome della solidarietà e del rispetto per le persone che hanno dedicato la loro vita alla conservazione delle specie minacciate. Senza di loro il mondo sarebbe un luogo più povero, più tetro e molto più solitario.

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